Recensione: Le isole di Norman di Veronica Galletta – premio Campiello opera prima 2020

“Anche lei e sua madre un tempo andavano alla Piattaforma del castoro, a fare il bagno. Per un istante pensa che potrebbe proporglielo. Sarebbe bello se accettasse. O forse no. Camminare sulle impronte del passato non è mai una buona idea. Si finisce per scoprire che il passato non esiste, non in quella forma in cui lo abbiamo sempre pensato”. Le isole di Norman, Veronica Galletta, Italo Svevo Editore 2020.

A cura di Cristina Trinci

Ortigia è l’Isola protagonista del romanzo, ma è solo l’isola geografica dell’ambientazione, che parla un suo linguaggio muto fatto d’acqua, terra, mura e vegetazione, che si affianca alle altre isole che popolano questa storia multiforme. Ci sono le isole sul corpo di Elena, la protagonista, che le appartengono e la disegnano in modo univoco; ci sono le isole della mente, che galleggiano nei pensieri; ci sono le isole delle mappe che la ragazza fa per trovare sollievo di fronte alle difficoltà e la realtà indecifrabile che si trova ad affrontare.

Originale e impervia la trama, che sembra condurre verso nessun luogo, la storia de “Le isole di Norman” è in realtà un romanzo che si pone domande, quelle che si pone Elena e che non trovano una risposta. Una ricerca costante di un perché che però non viene vissuta con ossessione ma con risoluta pazienza, con la consapevolezza di chi non può far niente per cambiare ciò che è stato ma che per forza deve imparare a conviverci. Come le cicatrici sulla pelle, conseguenza di un incidente domestico per lungo tempo sottaciuto da tutti, e che Elena ama ormai come parte di sé, tanto da dare loro dei nomi e lasciarsi cullare dalla dolcezza della loro compagnia.

Elena fa le mappe da quando era piccola, suo scudo per affrontare il mondo nella sua complessità, mentre il padre fa la parmigiana di melanzane. Non una volta ma ogni giorno: bucce viola, lucide, polpa bianca e compatta, e via verso il forno, in un rituale di proustiana memoria che ci trascina nel cuore siciliano dell’isola e ce la fa amare per i suoi odori, per le sue colorate salsedini, i suoi moti ondosi, le sue strade contorte, i portoni che si aprono su corti protette e segrete.

Il fulcro della storia principale che attraversa il romanzo riguarda la scomparsa, improvvisa e volontaria, della madre di Elena: una donna che decide in età matura di abbandonare la propria casa senza dare spiegazioni.

Intorno non si sente la disperazione del marito e della figlia, quanto piuttosto un tacito e sibilante dolore, il rumore lieve dell’assenza, che aggiunge silenzio e dubbi alle esistenze di chi rimane fissamente ancorato a quella casa e a quella terra.

Elena raccoglie i resti dell’esistenza materna e tenta a suo modo di lanciarli in ogni direzione, come potessero fungere da richiamo, da appello, da supplica. Così dissemina i tanto amati libri della madre per tutta l’isola, e lo fa come fosse una missione di incantevole bellezza.

Nel romanzo è rarefatta l’aria, è sospeso il tempo, e anche la quotidianità di mischia al sublime per elevare fatti a simboli, ceneri a polveri luminescenti, manchevolezze a sacrifici. Un’operazione di cesellatura e levigatura che rende questo libro un gioiello artigianale di rara bellezza.

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