Film · La biblioteca propone

Consigli in visione: The Village

The Village

di M. Night Shyamalan

USA, 2004

Fuga dal mondo in un microcosmo isolato, racchiuso in un recinto di terrore

Recensione a cura di Matteo Scardigli

Covington, Pennsylvania, fine ‘800. O almeno questo ci fa pensare la lapide che apre il film, durante il funerale di un bambino al quale è riunita l’intera popolazione del villaggio, circa 60 anime in completi di fustagno e gonne fino alle caviglie.

Pian piano si scopre che il villaggio è rimasto isolato nelle ultime decadi perché circondato da un bosco popolato dalle cosiddette creature innominabili, bestiali carnivori vestiti di rosso e dotati di zanne e artigli inquietanti. Tra la popolazione del villaggio e le bestie vige un patto non scritto: nessuno oltrepassa l’altrui confine ed entrambi vivono in pace, scrutandosi da lontano. Solo gli anziani hanno visitato in gioventù il mondo esterno, la tanto vilipesa “città” da cui sono fuggiti perché ciascuno colpito da un grave lutto, dovuto alla malvagità di altri uomini. I giovani invece sono nati e cresciuti nel loro Eden isolato, senza avere esperienza del dolore che regna nel vasto mondo, rispettando alla lettera l’imposizione all’isolamento dettata dai padri.

Non tutti però sottostanno volentieri a tali restrizioni. Il coraggioso e taciturno Lucius Hunt (Joaquin Phoenix) desidera oltrepassare il bosco per procurarsi in città le medicine che permettano ai suoi concittadini di sopravvivere all’infettarsi di una ferita o ad un malanno particolarmente pervicace. L’ingenuo Noah (Adrien Brody), dall’intelletto e l’emotività di un bambino, esce ed entra nel bosco quando e come vuole, senza che le creature innominabili lo disturbino minimamente, forse perché “impietosite” dalla sua condizione di disabilità. Infine, la non vedente Ivy Walker, figlia del capovillaggio (la bellissima attrice Bryce Dallas Howard, figlia del regista Ron Howard), è terrorizzata dall’incontro con queste fantomatiche creature, ma, costretta dal destino, troverà il coraggio di affrontarle e batterle per correre in soccorso dell’amato Lucius, quando questi si troverà in fin di vita per le conseguenze di una ferita di coltello. Nel cast anche William Hurt e Sigourney Weaver, ad arricchire ulteriormente la dotazione attoriale a disposizione di Shyamalan.

Il regista americano di origine indiana, dopo aver lasciato il segno con il Sesto Senso ed aver poi deluso gli spettatori con le sue prove successive, tenta di nuovo la carta del finale a sorpresa, preparato dalla costruzione certosina della tensione, scena dopo scena, con l’aiuto della colonna sonora firmata da James Newton Howard e con un sapiente uso del codice cromatico (il rosso, colore del male e il giallo, colore “che ci protegge”). Così fin dall’inizio, e a poco a poco sempre di più, si viene a scoprire che il villaggio non è quel luogo pacifico per cui viene spacciato, e che i suoi fondatori non sono riusciti a tenere del tutto fuori da esso i mali del mondo (“per quanto sfuggi al dolore, il dolore ti trova sempre”, per dirlo con le parole di uno degli anziani).

Più che un film di paura, un film sulla paura, metafora delle ansie di un’America post 11 settembre, pronta a chiudersi nell’isolazionismo come altre volte ha fatto durante la sua storia, quando sembrava che da fuori potessero arrivare problemi superiori alla sua capacità di gestirli.

Non è un caso se i principali protagonisti siano portatori di diverse tipologie di handicap e disabilità; sono proprio costoro a mettere la trama in movimento, alterando l’equilibrio del villaggio e risolvendone poi il disequilibrio, mentre gli altri, i “normali”, si limitano a perpetrare gli stessi gesti e abitudini, nella stagnazione frutto del pedissequo rispetto delle regole, come ad affermare che per sfuggire ad una trappola da noi stessi progettata e costruita, serva necessariamente un punto di vista “diverso” e un agire secondo parametri “estranei”.

Se è vero che il film stenta a decollare e forse non mantiene tutte le promesse di tensione consegnate allo spettatore durante il suo lento incipit, è anche vero che l’attraversamento del bosco da parte della protagonista, che oltre alle paure, vere o presunte, affronta anche la tenebra della propria cecità, regala allo spettatore un quarto d’ora di pura arte dell’intrattenimento tramite suspense, per non parlare del colpo di scena finale, che non sarò certo io a rovinare per chi ancora è alla prima visione del film.

Non si tratta certo della prova migliore del regista, né di un film riuscito al 100%, ma a mio parere è senz’altro in grado di regalarci un paio d’ore ben spese. Auguro a tutti una buona visione.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...